09. Blurry

Blurry, Emanuele Secco, 2014
Blurry, Emanuele Secco, 2014

 

Il punctum è un dettaglio, una minùzia nell’universo nascosto di una foto. Cosa fare, allora, quando ogni dettaglio viene ammorbidito, tanto da degradare nel grigio?
Non c’è problema. Anche la sfocatura di un dettaglio è a sua volta un dettaglio. Mi spiego: il fatto che in una foto non si veda nulla (o quasi) non è certo una mancanza. Anzi, è esso stesso parte della sua unicità.
Quando guardate dalla finestra in una giornata di nebbia non è che non ci sia nulla davanti ai vostri occhi. È proprio l’assenza di dettaglio la vera particolarità.
La nebbia. Semplice quanto ricca di complessità. È come un jazz: parte da una melodia semplice, la base portante, per poi sfociare nell’improvvisazione. La base ti entra pian piano nel cuore, facendo sfumare ogni preoccupazione. Poi ecco il primo assolo, poi il secondo, il terzo, finché ogni strumento contribuisce autonomamente alla creazione di un muro che ci isola dall’esterno. Nulla può turbarti, nulla può distrarti nell’incanto della complessità.

Prendete un ragazzo di 25 anni.
Dopo una cena che aspettava di fare da molto tempo decide di tornare in albergo. Opta per la metro, non che abbia paura di camminare da solo di sera, ma la meta è a una certa distanza. Per giunta sta calando la nebbia. Non vuole rischiare di perdersi e passare la notte a ritrovare la via.
Un tempo quella era la sua città, ma ora non più. Ci è tornato dopo una vita. Si ricorda ancora tutto, ma è meglio non fidarsi. Entro poche ore avrebbe dovuto prendere l’aereo.
Non vuole tornare a casa, se così si può chiamare. Vorrebbe immergersi a capofitto tra i palazzi che ha attorno, vie e antichi riferimenti che ha ritrovato da pochi giorni. Tuttavia, non è possibile. Deve portare a termine dei progetti, conseguire degli obiettivi.
«Chissà cosa mi riserverà il futuro» soleva dirsi. Magra consolazione per uno che per diciassette anni non si è sentito parte di nessun posto. E ora che ha ritrovato il suo baricentro deve tornare indietro, a tenere duro per chissà ancora quanti anni. Bell’affare. Era quasi meglio non aver trascorso gli ultimi tre giorni, non aver pensato per mesi, anni a quel viaggio. Sarebbe stato meglio che agli anni se ne fossero aggiunti altri ancora, così da dimenticare una volta per tutte e ricominciare.
No. Non è questo il ricordo che vuole avere della sua ultima sera nella sua magica città. Chissà tra quanto tempo sarebbe riuscito a tornarci.
Decide di camminare e basta, avvolto dalla nebbia, per poi prendere la metro e scendete alla stazione dalla quale sa esserci una vista senza pari.
Nove fermate e un cambio dopo eccolo scendere dal treno. Sale le scale che portano in superficie contando ogni singolo gradino. Se ne ricorda ancora il totale. A quaranta sa che dovrà voltarsi verso sinistra.
Arrivato in superficie si gira di scatto, ma quello che vede lo lascia senza fiato per la delusione: la nebbia ha completamente avvolto la sponda opposta del fiume. Nessuna ultima cartolina. Niente di niente.
Sconcertato, il ragazzo si dirige a passo lento verso l’albergo, verso lo zaino da sistemare prima di prendere la navetta notturna per l’aeroporto.
Mezz’ora dopo è già pronto a partire. Dovrà dire addio alla sua città una seconda volta. Ma manca ancora un’ora all’arrivo della navetta. Esce e se ne sta un po’ sul terrazzo. Camera all’ultimo piano. Riesce a stento a distinguere i contorni dei palazzi dall’altra parte della strada.
Un’ultima occhiata in direzione del paesaggio che si era perso. Tutto buio, tutto grigio scuro nebbia.
In quel preciso istante riesce a convincersi di essere ancora alla fermata di Batthyány tér, con lo sguardo fisso sulla sponda opposta del Danubio, rapito da un Parlamento illuminato a giorno. Palazzi pittoreschi tutt’attorno. Non c’è più alcuna delusione, non c’è più la nebbia. Sono solo lui e quella vista, astratta dalla nebbia sempre più fitta. Nelle sue orecchie Take Five di Dave Brubeck.
Sì, sarebbe tornato. Prima o poi.

E.

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