10. Opposti

City
Opposti, Emanuele Secco, 2014

 

Bianco, nero.
Luce, buio.
Buono, cattivo.
Noi, loro.
Donna bianca, uomo nero.
Ci hanno sempre insegnato a pensarla così: o con noi o contro di noi. Ma non è un po’ riduttivo?
Lo ammetto: è semplice pensare e parlare per opposti. Dà certezza, sicurezza. Consente di non affaticare troppo la mente, occupata com’è ad organizzare la routine quotidiana.
Ogni volta che salta fuori un problema ecco che gli opposti si ripresentano. «È colpa loro, noi siamo innocenti, noi siamo nel giusto e loro nel torto». Quante volte ho dovuto sorbirmi la stessa tiritera: «Non la pensi come noi, allora sei uno di loro». Tra bianco e nero non sembra esserci nulla, neppure il grigio. È difficile concepire che si può fare a meno di assumere una parte, una posizione. Bisogna sforzarsi troppo per concludere che tra gli opposti c’è una vasta area composta di analisi, verifica, pensiero. Una piazza in cui puoi sederti sulla prima panchina e riflettere a proposito di quanto accade attorno a te mentre il mondo, per un momento, si ferma.
È facile pensare all’uomo nero che cammina in direzione opposta alla donna bianca. È un’immagine che fa parte della nostra educazione.
«Guardalo, guardalo. Chissà che intenzioni ha». Forse l’uomo nero è un poco di buono, facile pensare che voglia scippare la borsa che la donna bianca, appena visto qualcuno del colore opposto al suo, ha cominciato a stringere a sé con ansia. «Sì, sicuramente è così. Fanno finta di niente e poi, quando meno te l’aspetti, ZAC!».
E se vi dicessi che i due non sono entrati in contatto? La donna bianca non ha avuto paura per la sua borsa. L’uomo nero non ha badato a lei. Entrambi hanno continuato ad andare per la propria strada, senza sentire la necessità di vedere un nemico l’uno nell’altro.
Bello…

E se vi dicessi che il nero, in realtà, è solamente il prodotto di un gioco di luce. La stessa luce che dovrebbe aiutare ad avere una visione chiara e precisa del mondo. La stessa luce che a volte gioca brutti scherzi.
Come rispondereste in quest’ultimo caso?

E.

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