11. Arpeggio

Arpeggio, Emanuele Secco, 2014
Arpeggio, Emanuele Secco, 2014

 

Di tutte le cose che potevano piazzare davanti all’entrata, proprio una chitarra doveva capitarmi a tiro.
Corde completamente ossidate. Dure come il marmo, resistono quando provo a sentire come suonano. Accordatura assente. Manico e corpo in buono stato, però.
Leggo il prezzo. 50 €. Neanche male.
Mi siedo e la imbraccio. Provo ad accordarla. Appena le giro, le chiavi emettono strani scricchiolii che rimbombano all’interno della cassa armonica. Dio santo, da quant’è che non viene suonata, questa bambina. Però le corde resistono. Bene così. Non vorrei avere noie dal tizio della cassa.
Il solito accordo di MI minore che uso per controllare che sia tutto in ordine fila via liscio. Ha un suono mica male.
Faccio qualche arpeggio, giusto per fare qualcosa. Accarezzo le corde una a una, senza fatica. Quanti pomeriggi passati a esercitarsi solo per fare ‘ste quattro cazzatine.

Se chiudo gli occhi posso vedermi lì, seduto sul letto, dita doloranti dallo sforzo e gli accordi che non vengono fuori.
«Niente plettro per i primi tempi» ci aveva ordinato l’insegnante. Prima avremmo dovuto sciogliere le dita. E allora, vai di polpastrelli che annunciano la comparsa dei primi calli, e poi falangi e metacarpi che gridano perché non sono abituati ad aprirsi in quel modo. Ma il peggiore è il pollice della mano sinistra – carogna – sempre fisso sul manico a controbilanciare la forza impressa sulle corse dalle altre quattro dita. Non voglio più avere i pollici opponibili!
Tempo un mese e i polpastrelli non fanno più male. Sì, poi quando passi all’elettrica, o semplicemente alle corde di metallo, si ricomincia. Ma piano, non è finita.
Appena cominci ad affrontare le prime scale capisci che il dolore sarà ancora molto. «Devi sciogliere la mano, tutto qua». Eh, la fanno facile, loro.
Lo so, voi chitarristi sarete già lì a dire: «Eh caro, se vuoi essere bravo in una cosa devi versarci lacrime e sudore». Certo, non lo nego. Ma provate a pensarci: tutto quel dolore per un arpeggio. Che ne sia valsa la pena?
Sì, non c’è dubbio.

Chissà di chi è stata questa chitarra.
Chissà quanti errori, bestemmie e corde rotte ha dovuto subire prima che l’apprendista chitarraio riuscisse a tirare fuori un suono decente.
Oppure è stata abbandonata. Si sa come sono i giovani di oggi: tutto e subito, senza un minimo di pazienza. E pensare che se solo si fosse fermato un attimo in più, qualche ora ogni pomeriggio, anche il suo vecchio padrone avrebbe potuto produrre la bellezza. La bellezza di un arpeggio.

E.

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