20. #highhopes

20.#highhopes
#highhopes, Emanuele Secco, 2015

 

2020-1

Immobile.
Smartphone in mano.
L’ultimo tweet ancora da inviare.
Gli occhi puntati in alto.
Colonne di fumo coprono un mondo.
Carte, fogli, volantini di varia misura planano in aria. Una nube di carta che lenta cade al suolo.
Uno schiaffo, leggero, mi risveglia. Guardo ai miei piedi: una lettera affrancata. La nube ha colpito anche me.
La lettera è sgualcita. E ci credo, con tutto quello che è successo. L’indirizzo del destinatario è scritto in fretta, ma si legge benissimo. Sì, stava andando nel posto giusto. Peccato che…
Raccolgo la busta da terra. Lieve sfrigolio di carta spiegazzata.
Penso che potrei rispedirla al mittente. Almeno saprò che il messaggio non è riuscito ad arrivare a destinazione. Sì, come se non sapesse già quello che sta succedendo. Ogni canale televisivo avrà fermato la programmazione per mostrare le immagini di una vita. In senso cronachìstico, si intende.
Che ci faccio con te, mi chiedo, e intanto lo sguardo torna a concentrarsi là, in alto.
E non sono il solo. L’intera città si è fermata a guardare, tutta nella stessa direzione.
Come puoi riuscire a raccontare? Le parole, la voce, non bastano. Forse scrivendo, sì; penso però non sia così facile: già gli occhi e la testa fanno fatica a comprendere gli stimoli ricevuti, se poi ci si mette anche la mano non se ne esce fuori.
Altri attorno si chinano a raccogliere ciò che la nube di carta gli fa arrivare ai piedi. Chi trova dépliant, chi delle brochure fresche di stampa e destinate chissà a quale mercato, chi dei biglietti da visita. Questi, i primi nomi di una lunga lista. Se i biglietti sono qui e non là, in alto, la conta è iniziata.
Nemmeno le sirene, a centinaia, riescono a distrarci. Nessuno piange. Non ancora. Per quello ci sarà tempo.

Un rombo improvviso.
Si corre.
Disperazione.
Se non mi sbrigo sono morto. E l’unica cosa a cui riesco a pensare è l’intervista che non riuscirò più ad avere.

Dopo quella mattina ho fatto tutto il dovuto. Ho donato per la ricostruzione. Ho donato per le famiglie. Ho donato per i sussidi. Ho donato per coloro che hanno prestato soccorso.
Ho dato tutto quanto mi era possibile.
Una sola cosa da fare.
Quando iniziai a correre per evitare di rimanere sepolto sotto metri di cemento non mi accorsi di una cosa: avevo ancora la lettera in mano.
Arrivato a casa mia moglie mi abbracciò come mai aveva fatto. Ero vivo. Coperto di polvere, ma illeso.
Lei sa della lettera. In questi mesi ne abbiamo discusso.
Riportarla al mittente?
Non lo so, ma sono ancora in tempo. Ancora per poco.
No, non mi trovo davanti alla casa di un perfetto sconosciuto. No, niente storie di persone trovate grazie a qualche scritta scarabocchiata su una busta. No.
Sono davanti al camino. Ho appena acceso il fuoco.
Forse è meglio così.
Perché risvegliare il dolore in persone già distrutte?
La parola alle fiamme.
Forse riuscirò anch’io a dimenticare.

20-2

E.

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