03. Futuro

Futuro, Barbara Oliosi, 2015
Futuro, Barbara Oliosi, 2015

 

Le strade di Venezia sono un insieme sconvolgente di sorprese. Non parlo delle strade conosciute, quelle battute da miliardi di piedi. Lo stupore, quello vero, si incontra nelle viscere della città, dove i viottoli sconnessi sono soffocati da muri talmente sghembi che sembrano sul punto di crollare. In quei budelli l’odore di Venezia è più forte che mai, un misto quasi nauseabondo di acqua salmastra, fogna e rancido. Sono tanto stretti che non si riesce nemmeno ad aprire le braccia.
Quando ci si perde in queste strade silenziose e cupe si ha la sensazione di essere fuori dal mondo. Non si sentono più cicalecci, motori di motoscafi, otturatori impazziti davanti a qualche affascinante marmo. Si cammina a ritmo serrato per raggiungere il mare, zaino in spalla e scarpe comode. Si guarda dritto avanti, seguendo lo strisciare grigiastro della stradina. Sono insolitamente lunghe, quelle viuzze. Ormai credi di essere arrivato alla fine, ma un enorme arco di cemento ti sommerge. Sostiene affaticato il peso di una casa. Non pensi che ci sia alcunché di interessante in un sottopassaggio; eppure, speranzoso e invasato, guardi in alto. Vertigini.
Hai miracolosamente trovato un’uscita verso il cielo, proprio dove non ti aspettavi altro che freddo buio. Quel lontano quadrato abbagliante, le finestre aperte in un anelito silenzioso: laggiù c’è il futuro.

Barbara Oliosi
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Me lo ricordo quel giorno, quando tutto è cominciato.
Ero nel mio appartamento al quarantesimo piano di un condominio popolare, non il massimo ma mi bastava. Dalla finestra della sala guardavo il panorama offerto dalla città. In lontananza, eccola: la grande nube.
Ma sì, avevo pensato, è solo una tempesta di sabbia. L’avevamo pensato tutti.
Poco dopo il ronzio assordante ci avvolse.

Da quel giorno cambiò tutto. Fummo relegati nelle periferie, a combattere per un angolo di vicolo in cui dormire, a morderci a vicenda braccia e mani per conquistare un cucchiaio di riso crudo. Le vie erano diventate punto di raccolta per i nostri escrementi, risorsa alla quale loro tengono parecchio.
Quello di barista nei loro circoli di polizia era diventato il lavoro più ambito e più pericoloso. Si rischiava di rimanere uccisi per lo stipendio da fame che offrivano per farsi servire da bere mentre giocavano a carte. Eravamo controllati a vista dai loro aguzzini in divisa, ma non osavano dire niente se ci scannavamo a vicenda. Se uno di noi entrava in un bar e spaccava la testa al barista contro le spine delle birre solo per subentrargli tutto era normale. Che il novello assassino non sapesse per quanto tempo sarebbe rimasto in vita era un elemento che rendeva il tutto più eccitante, per loro. Penso proprio che il tutto li divertisse non poco, e andava bene così: la speranza aveva trasformato il genocidio in un gesto quotidiano. C’è forse uno spettacolo più gradito per il potente di turno?

Io mi trovo tra queste quattro mura per aver spiaccicato uno di loro. Lo so, non una grande mossa. Sarà stato pure il nuovo ordine, ma i treni facevano comunque schifo. Sarebbe stato molto meglio sfogare la mia frustrazione su un mio simile. In quel caso avrei ricevuto una medaglia al merito.
Però non si sta male, devo dire. Forse è una fortuna essere finiti qua dentro: il cibo è decente, molto abbondante, le celle confortevoli. Non devo svolgere alcun tipo di lavoro: i campi preferiscono coltivarseli loro, riservandoci volentieri prodotti freschi e succulenti. Non c’è nemmeno bisogno di allevare il bestiame. La portata principale, qui, consiste nei nostri morti, cucinati in qualche modo da altri morti che attendono solo di venire cucinati a loro volta. E a lungo andare la carne umana non è male.
Almeno qui ho la certezza di potermi nutrire e, a fine giornata, di potermi stendere su un letto tutto mio. Certo, fai parte del loro sistema di sostentamento, ma sempre meglio che morire per strada. Molti di noi sono arrivati alla conclusione che è molto meglio piegarsi, così da rimanere vivi.
Io non so ancora cosa pensare. So benissimo che ci nutrono a volontà solo per potersi godere i nostri escrementi, la loro ricchezza. So benissimo che nel giro di qualche decennio il “carcere produttivo” sarà il destino di tutti. E ormai mi sono rassegnato anche al fatto di non essere considerato più di un animale da macello, intercambiabile con facilità una volta assolto il mio compito.
So, però, che ho rinunciato all’ora d’aria concessa dal sistema. Certo, mi sono rassegnato a tutto, ma non riuscirei mai ad alzare lo sguardo verso l’azzurro. Sono troppi i ricordi legati a esso.
Per un periodo ci avevo anche provato a fare come tutti: sfruttare l’ora d’aria per bisbigliare insieme trame di vendetta per sovvertire il nuovo ordine. Tuttavia, la vista del cielo inquadrato tra le alte mura del carcere era troppo. Era difficile riuscire a pensare che quell’azzurro se lo stessero godendo loro. Difficile realizzare che fosse questo il FUTURO riservatoci dal ronzio che notte e giorno risuona nelle nostre orecchie.

Preferisco essere parte del sistema. Farmi piccolo piccolo e assolvere i miei compiti.
Non sono certo il modello perfetto di essere umano, incasellato e rassegnato come sono. Però mi fa sorridere pensare che, fino a pochi anni fa, per liberarsi di un insetto bastava impugnare la paletta e colpire con forza. SPLAT!

E.

 

 

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A presto!

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2 pensieri su “03. Futuro

  1. Futuro. Si pensa che, qui, nel mondo virtuale, web, chiamatelo un pò come volete il futuro ci sia sempre, vada via liscio. Invece ieri l’intoppo. Uno degli amici fotografi blogger ha interrotto la sua linea di futuro. Bum, improvvisamente il nero.Il presente ha deciso di portarsi via il futuro di questo amico appassionato di fotografia. E io immobile non posso che prenderne atto.

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