39. Spiraglio

Spiraglio, Emanuele Secco, 2015
Spiraglio, Emanuele Secco, 2015

 

Lo schifo che mi circonda è qualcosa di insopportabile.
Fisso senza fine il muro davanti a me. Una ragnatela di croste, polvere, saliva essiccata.
La scrivania è coperta da pile di carte sistemate alla bell’e meglio. Non si sa mai, possono sempre servire.
Letto sfatto. Finestre chiuse, persiane abbassate. Non deve entrare neanche un raggio di luce.
Aria irrespirabile. La polvere può arrivare ad irritare la gola facendoti sputare l’anima a piccoli e viscidi cumuli di catarro.
L’unica parte ancora intatta è il computer, mia unica finestra sul mondo. È la sola cosa che conta ormai.

No, non potevo reggere ancora per molto. Giravo per strada e assistevo a scene ributtanti. Ascoltavo discorsi senza capo ne coda e intrisi di un odio ingiustificato e spesso rivolto contro i bersagli sbagliati, quelli più facili da individuare e quindi attaccare.
L’unica cosa che potevo fare era chiudermi in casa e guardare il mondo attraverso testate online e social network; specialmente Twitter, utile per rendersi conto delle cazzate che le persone sono capaci di condensare in 140 caratteri.
Mi sono così chiuso in un antro buio, da cui osservare e commentare senza freni né rimorsi. I soldi non erano un problema, e il resto dell’appartamento era diventato una enorme dispensa. Le bollette le avrei pagate online (a qualcosa serve, questa modernità).
I veri problemi si sono presentati quando i prodotti per la pulizia hanno cominciato a scarseggiare. L’acqua non basta per pulire a dovere.
Solo quando le scorte di cibo si sono ridotte allo sgabuzzino ho deciso che questa cosa è da fare fino in fondo.
Da quanto ho potuto verificare consultando giornalmente i social, il mondo è andato a puttane una volta per tutte. Meglio togliersi di mezzo prima che la situazione sfoci nel suo naturale proseguo. Sarò la prima vittima dell’estinzione di massa. Magra consolazione, ma è un traguardo mica da poco.
Uno ci prova anche a mantenere un minimo di integrità morale, di coerenza, ma quando vedi che il mondo non è d’accordo – persino le persone che ritenevi intelligenti – allora non c’è altra soluzione.
Libera un posto. Da’ il buon esempio.

Sono passati quattro mesi e mezzo.
L’ultima scatoletta di tonno risale a una settimana fa.
I crampi mi hanno concesso un po’ di tregua. Posso scrivere qualcosa.
Ingurgito sorsate d’acqua, ma questo non basta. Lo stomaco esige cibo.
Alla fine, questa mia cosa, si riduce a una semplice attesa del momento culminante. Quanto dolore, però, per arrivarci.
Ieri ho compiuto l’ultimo sforzo di questa mia avventura. Mi sono arrampicato sul letto e ho aperto la finestra quanto più potevo.
In mezzo al buio è spuntata la luce. Un sottile spiraglio, ma tanto basta affinché il mio ultimo respiro si trasmetta al resto del mondo.
Se proprio devo morire, fatemi almeno godere un po’ di luce: uno dei pochi elementi rimasti ancora puri e liberi dalla follia dilagante. Sempre che non decidano di oscurare anche questa.
Il mio esperimento non può finire con me. È ora di andarsene. Abbiamo fatto il nostro tempo.
Come fate ancora a sopportare tutto questo?

E.

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