43. Smile

43. Smile
Smile, Emanuele Secco, 2015

 

«This is Leicester Square. Change here for the Northern Line. This is a Piccadilly Line service to Uxbridge. Mind the gap please.»

Ci fermiamo. Un leggero sobbalzo.
Le porte si aprono. Il tubo libera i viaggiatori, fagocitandone qualche altro centinaio. Bisogna mantenere l’equilibrio.
«Mind the gap please», ripete la voce registrata.
In fretta individuiamo l’uscita. Paziente, in fila, noto un gentiluomo in bombetta e giacca scura. Accompagna il passo lento con un ombrello.
Allora esistono ancora, penso con un sorriso.
Dietro di lui un punk nostalgico con una cresta color lillà e alta almeno una trentina di centimetri. Questo sembra indossare solo una maglietta e un gilè di pelle. Non male, caro, per essere fine gennaio.
Qualche rampa di scale, una scala mobile e un’ultima rampa ancora prima di uscire in mezzo alle luci di una città che non vuole andare ancora a dormire.
Mi guardo attorno, in cerca dell’obiettivo. Nessun segnale.
Il messaggio era chiaro: «Charing Cross Rd, vicinissimo alla stazione di Leicester.»
Forse basta allontanarsi un po’ dalla folla. Indico al gruppo di procedere verso destra, così magari non intralciamo troppo il flusso di gente in uscita dal tubo. Verso sinistra un mare di ristoranti, negozi e pub, ma la nostra destinazione non è da lasciare al caso.
Qualche passo tra la calca. Arriviamo all’altezza di un incrocio. Stiamo costeggiando Charing Cross, quindi siamo giusti. Mi alzo in punta di piedi per vedere oltre la folla. L’intuito ha vinto.
È così quando sei abituato a viaggiare. Facendo due conti, le strade sono tutte uguali. Quando comprendi questo meccanismo la paura lascia il passo all’intuito. Sviluppi un buon senso dell’orientamento, unito a una buona dose di botta di culo (e sarà per questo che il mio pesa un po’).

Non siamo entrati subito, no. Scoperto il posto abbiamo optato per un giro a Piccadilly. Giusto un breve intermezzo da puro turista. Un aperitivo che ci sta sempre.
Risaliamo sulla metropolitana. Pochi minuti di viaggio, giusto per tornare a Leicester Square, e rieccoci a far parte del lento miasma vomitato dal tubo. La strada, ormai, la conosciamo.
La porta d’ingresso si chiude alle nostre spalle. Un leggero profumo di carne alla griglia ci passa sotto il naso. A una ventina di metri, una cucina a vista sovrastata da un’enorme cappa. Uomini incamiciati di bianco, sudati, che rischiano di farsi aspirare insieme agli aromi al primo passo falso. Tutto intorno uno stretto marciapiede corre tra un’intricata rete di tavoli e tavolini. Camerieri sorridenti e affaticati che sembrano gareggiare in una corsa a ostacoli per elevare al grado massimo il benessere del cliente – anche se, vedendo tutto questo, più che di clienti parlerei di ospiti.
Siamo in sette, senza prenotazione. Il caposala è gentile. Riesce a piazzarci a un tavolone circondato da un ampio e comodo divano in tessuto bordò. Una tavola rotonda, e ho detto tutto. Ci scommetto: non ci ha visti solo come turisti, ma come un’opportunità di guadagno che, comunque, non bisogna lasciarsi scappare per nulla al mondo. O forse è uno di quei posti in cui la professionalità verso i clienti viene prima di tutto: autoctono o no, ha importanza solo uscirne soddisfatti.
Neanche il tempo di sederci e arriva il nostro cameriere.
Si presenta. Non ne ricordo il nome, quindi per comodità lo chiamerò Charles.
«Good evening and welcome to Angus Steakhouse. I hope I’ll enjoy your dinner.»
Fa subito amicizia con la bambina. Ci rassicura subito sul fatto che i menù sarebbero arrivati in pochi secondi.

Il cibo è delizioso. Una fila di costine di maiale cotte alla griglia e ripassate in ultimo con un’abbondante spennellata di salsa BBQ, accompagnata da una pinta di Guinness come si deve. Anche gli altri piatti devono essere buonissimi, ma nulla potrà eguagliare la delizia che sto assaporando.
Questo è il modo giusto per conquistare un cliente: buon cibo e un prezzo in linea con quanto offerto. Tuttavia, un fattore decisivo, e qui non ci sono argomentazioni contrarie che tengano, è la gentilezza del personale. Farti sentire che sei importante, che la loro missione è fare in modo che tu possa ricordarti di loro. E non ci vuole molto: un sorriso, la continua disponibilità e prendere sul serio il proprio lavoro.
Fare il cameriere non è un lavoro semplice. Bisogna scarpinare, non si può stare fermi un momento. E non lo si può certo prendere come un lavoretto così, giusto per guadagnare qualche soldo. È un impiego serio, forse uno dei più difficili, anche solo per il fatto che non puoi mai, e dico mai, sbroccare col cliente maleducato. Devi sempre sorridere. Non esistono altri cazzi se non quello del cliente, se mi passate il termine.
Posso dire che durante quella cena londinese ci siamo sentiti tutti a casa.
Il cameriere, unico nel suo genere. Ogni tavolo assegnatogli era la sua missione. Correva avanti e indietro, sempre indaffarato, ma trovava sempre il tempo per scambiare due chiacchiere. I suoi commenti positivi sulle costine, la simpatia dimostrata una volta realizzato che eravamo stranieri, l’incredibile cordialità nei riguardi della bambina. Tutto questo gli è valso una mancia anche maggiore alla percentuale prevista.

È questo quello che succede quando trovi ristoratori innamorati del proprio lavoro, della propria missione.
È il sorriso che conta. È ciò che ti porta a tornare, a ricordare con piacere le esperienze passate.

E.

 

(nella foto: food truck “The Farmers” all’opera, Castle Street Food, Bardi, PR)
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