44. Gioco

Gioco, Emanuele Secco, 2015
Gioco, Emanuele Secco, 2015

 

«Quanto hai?»
Tiro fuori il portafogli, piccolo grande orgoglio di un bambino di quinta elementare.
«Duemila lire,» rispondo alzando gli occhi.
Stefano controlla il suo. Ne ha millecinquecento.
Non siamo ricchi. In due con tremilacinquecento lire in totale. Ma tanto può bastare per passare un pomeriggio di gioco ai giardinetti. E riportare il resto alla mamma, ovviamente.
«Facciamo così,» se ne esce rimettendosi in tasca il magro bottino, «io compro ‘r pallone e tu, pe merenda, pigli ‘e patatine.»
Faccio due conti: non quadrano. Stefano viene a spendere di più. Non è giusto.
«Allora?» mi incalza.
«Sì, sì, va bene,» prendo tempo cercando di trovare una soluzione. «Andiamo!»

Entriamo in tabaccheria, una di quelle in cui puoi trovare di tutto. Ci sono anche le caramelle gommose e qualche giocattolo di poche pretese. Stefano afferra un Super Tele dall’espositore, tenendolo per la rete lo fa ballonzolare qua e là per il breve tragitto che lo separa dal banco della cassa. Tutti i bambini sapevano che quel pezzo di paradiso color blu a pois neri aveva un suo prezzo: milleduecento lire.
«Te pigli solo questo?» gli fa il padrone del negozio. Intanto batte il prezzo. Pochi secondi e Stefano mi fa segno che tocca a me.
Mi avvicino al banco. Con tutta l’educazione possibile chiedo due sacchetti di Due a Due San Carlo. Sono le palline al formaggio più buone in circolazione (non contando le Highlander), anche perché in paese, di quel tipo, solo quelle riesci a trovare. Altroché le bambine, il nostro sogno erotico preadolescenziale era un sacchetto verde con sopra impressa una caricatura di pallina al formaggio in pieno stile Pac-Man. Libidine da ultimi Novanta.
Il padrone della tabaccheria batte mille lire sul registratore di cassa.
«Poi?» mi chiede.
Devo prendere una decisione.

Un paio di ore dopo, sfiniti dal gioco e dalla calura, siamo seduti su una delle panchine. Mangiamo patatine, ma una a una. Se le mangi due a due non riesci a gustartele, ché finiscono troppo in fretta.
Niente bibita. Costa troppo. Tanto per calmare la sete c’è l’acqua della fontana.
La discussione va inevitabilmente a finire sui lunghi cespugli di rose piantati lungo i confini dei giardinetti. Ci vuole proprio un genio, pensiamo, per fare una cosa del genere. Terrore massimo per ogni possessore di un Super Tele nuovo di zecca. Basta una spina di rosa e ZAC, milleduecento lire se ne vanno giù per il cesso con un gorgoglio.
Finita la merenda tiro fuori da una tasca un paio di gomme con le figurine dei calciatori. Cento lire a pezzo, così abbiamo pareggiato.
«’Manuè, ma non dovevi, era lo stesso,» cerca di opporsi Stefano.
Lo zittisco subito, schiaffandogli in mano la sua gomma. «Non voglio debiti tra noi, ché poi ce mettiamo a litigà pe niente.»
E così rimanemmo seduti per un po’, aspettando l’imminente arrivo di Filippo.
Stavamo crescendo, tra una gomma al gusto chimico di fragola e una pallina al formaggio. Affianco a noi un Super Tele blu a pois neri, fortunato a durare fino al giorno dopo. Tuttavia, il motivo di orgoglio più grande era uno solo: avere un po’ di resto da riportare alla mamma.
Visto che li sappiamo spendere i nostri soldi? Siamo grandi, ormai.

 

Gioco 2, Emanuele Secco, 2015
Gioco 2, Emanuele Secco, 2015

 

Sempre più spesso, e da troppo tempo, si è diffuso il pensiero «se non gli compri tal cosa, se non frequenta tale attività, isolerai tuo figlio.»
Con tale paura riempiamo i nostri bambini di videogiochi, telefoni cellulari, computer, tablet, macchine fotografiche e chi più ne ha più ne metta. Li iscriviamo a nuoto, a un corso di musica e li obblighiamo a frequentare catechismo senza chiederci se queste attività gli interessano davvero. Però ci sentiamo più tranquilli: «Almeno fanno amicizia e parlano con gli altri bambini.»
Non fraintendetemi, anche noi li avevamo i videogiochi, ma non erano certo le attività che preferivamo. Appena c’era un minuto libero ci fiondavamo fuori casa, ai giardinetti o a fare un giro in compagnia. Se riuscivamo ad avere un sacchetto di patatine e una lattina di Coca Cola a testa — anche se tante volte dovevamo scegliere se una o l’altra — eravamo a posto.
Eppure basterebbe così poco, penso. Ci sarà tempo per i videogiochi, e chi vuole negarlo. Io stesso sono stato un videogiocatore niente male ai miei tempi. Non pretendiamo, però, che i nostri bambini crescano troppo in fretta solo perché non abbiamo tempo/voglia di stare con loro.
Cosa sarà mai cambiato, continuo a chiedermi…

 

Gioco 3, Emanuele Secco, 2015
Gioco 3, Emanuele Secco, 2015

 

(nelle foto: bambini, più o meno grandi, al gioco. Castle Street Food, Bardi, PR)

E.

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