55. Figlio di puttana

Figlio di puttana, Emanuele Secco, 2015
Figlio di puttana, Emanuele Secco, 2015

 

«Figlio di puttana!»

La macchina mi muore in mezzo alla strada.
Lo stronzo si è buttato fuori di colpo da destra. Ora accelera, lui.
Un microsecondo in più e le nostre automobili si sarebbero godute una bella penetrazione meccanica, un’orgia di lamiere che difficilmente ci avrebbe risparmiati.

Do un giro di chiave e il motore riprende i suoi giri. Abbasso il finestrino e rivolgo al caro imbecille un dito medio tale che dovrò annoverarlo tra i migliori mai fatti. Non manca la bestemmia a piena voce.
Lui non se ne accorge neanche. Ormai è ben lontano, lui.

Schiaccio la frizione, inserisco la prima e mi rimetto in moto. Meno male che quello dietro ha lasciato perdere il clacson. D’altronde se l’è vista brutta anche lui.

Bella giornata davvero. Visto l’inizio, chissà la fine.
Ovviamente piove. E ogni volta non è bello constatare come anche solo una goccia d’acqua che cade a terra abbia il potere di scatenare un’amnesia dilagante nelle menti dei guidatori. Non sanno più guidare, cazzo. Non sanno più guidare…
Accendo la radio per soffocare il costante borbottio blasfemo che accompagna le vibrazioni del motore metro dopo metro.

Imbocco il tunnel, supero la curv…
«Mamannaggiaallamad…!»
(no, questa non ve la lascio in versione integrale)

CODA!
Dimenticavo, è il tratto caratteristico delle giornate di pioggia. Secondo dopo secondo, ognuno scandito dal GNAAAA del tergicristalli. Ticchettio d’acqua sul tettuccio. Riflessi rossi di freni consunti, frizioni pigiate, motori che bollono e ribollono che manco ‘na zuppa di fagioli fatta come si deve.

Qualche minuto dopo sono pronto per immettermi a destra in quello che sostanzialmente è un’unione tra una rotonda e una chiavica ideata per gli incidenti. Butto fuori la freccia, Toro Seduto me la rilancia. Un po’ di gioco di frizione, leggera sterzata. Il furgone mi fa segno di passare.
Grazie, eh, porcaccioildemonio, penso. Agito la destra per ringraziarlo, guardo dal finestrino e ciò che vedo mi lascia senza parole (o meglio bestemmie): sul sedile del conducente c’è solo un giubbetto catarifrangente. Attento a non provocarlo io un tamponamento, metto un po’ a fuoco e riesco a distinguere due bulbi bianchi sospesi nel vuoto. È la pubblicità delle caramelle Tatù, ecco cos’è!
Una mano nera come il carbone si sporge sul cruscotto, risponde al mio gesto formando una V con le dita e tra il giubbetto e gli occhi si apre un sorriso bianco come la neve di Svezia.
Peace, bro!

Niente più bestemmie. Solo un sorriso, ripensandoci, fino al lavoro.

E.

 

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