94. Cinema

Cinema, Emanuele Secco, 2016
Cinema, Emanuele Secco, 2016

Questa volta dovrei farcela.

Si spengono le luci. Si apre il sipario.
Un raggio di luce colpisce il gigantesco telo, un po’ sgualcito agli angoli.
Solo, in sala.
Pupilla dilatata.
La voglia di pop corn lo assale all’improvviso. Peccato, la maschera ha già abbandonando la sala trascinando a fatica il carrello colmo di bibite e leccornie varie.
Iniziano i trailer. Peccato davvero non aver nulla da poter sgranocchiare.
Passano dieci minuti, quando ecco che i primi ritardatari raggiungono i propri posti.
Impreca tra sé e sé. L’ennesima occasione andata all’aria. Mai una volta che riuscisse a rimanere solo. Immaginate, per un momento: una sala cinematografica tutta per voi. Non male come pensiero, vero?!
Una nuova coppia scosta le tende ed entra in sala. Cercano i posti facendo luce col telefono.
Belli come il sole, loro, pensa senza degnarli di uno sguardo. Non avevate davvero niente di meglio da fare stasera?
Nel giro di qualche minuto la sala è piena per metà.
Ma guardali, tutti impettiti e con il sacchetto di pop corn in bella vista. Vi faceva davvero così schifo arrivare in orario? Ah, giàMa voi siete troppo intelligenti per guardarvi i trailer. Meglio fare una mezz’ora di fila per dei pop corn, vero?! Oppure avete avuto il classico contrattempo, scusa che usate con gli amici per mascherare la vostra incapacità nel rispettare un appuntamento. Mi fate pena, lasciatemelo dire. Così presi dalle vostre vite da non accorgervi che qualcuno, magari, vuole starsene da solo al cinema. Ci avete mai pensato? Eh?! Egoisti, siete. Ecco.
Le loro risate, poi. A squarciagola, e tutto il resto della sala a ridere per incoraggiare il buffone di turno. Come se a tutti non interessasse intrattenersi con il materiale proiettato prima dell’inizio del film.

Qualche secondo di schermo nero.
Il film sta per iniziare.
Cala il silenzio.

Non appena si intravedono i titoli di testa, un ragazzo seduto una fila più avanti tira un pop corn contro uno dei suoi amici. Lui lo schiva, ma nel farlo la bibita gli sfugge di mano. Questa prende velocità verso le file posteriori. Il suo bersaglio è solo uno. Lui.
Ma che cazz…, fa appena in tempo ad accorgersi del proiettile blu e rosso che sta per investirlo. Si abbassa di scatto, invadendo il posto alla sua sinistra. Il bicchiere si infrange sul muro, tonfo sordo di carta, esplosione di goccioline frizzanti che vanno a inzaccherargli l’impermeabile.
Si alza di scatto, squadrando l’intera compagnia.
Nei primi cercano malamente di scusarsi, ma non passa molto che scoppiano a ridere.
Lui, immobile.
Le labbra vorrebbero dire molte cose, ma per un qualche miracolo rimangono chiuse. Le mani si chiudono a pugno. Riesce quasi a vederle infrangersi contro i denti di uno di quegli idioti. Anche se un piacere particolare lo prova nel pensare di pestare a sangue la puttanella seduta tra tutti quei grand’uomini. Niente sconti per te, cara cucciolotta. Te la faccio passare io la voglia di fare porcherie in un cinema pubblico
Ma non servirebbe a niente, anzi. Probabilmente sarebbe solo la fine dei suoi giorni da uomo libero.
Alzando un dito medio decide di abbandonare la sala. Le risate di quei quattro deficienti a fargli da eco a ogni passo. Più forti della colonna sonora del film.

Dà un calcio ai manicotti antipanico e si ritrova nel corridoio del multisala. La porta si richiude alle sue spalle con un lieve ticchettio metallico. Neanche la soddisfazione di poter sbattere una porta, maledette chiusure dolci.
E ora che faccio, pensa guardandosi intorno. Tornare a casa? No. Andare in un bar? No. Un giro in macchina? No.
Alla base, un principio semplice: il biglietto era stato pagato. Non sarebbe giusto sprecare così dei soldi.
Qualche attimo ancora a rimuginare, poi l’idea: avrebbe potuto infilarsi in un’altra sala. Magari una di quelle in cui il film è già iniziato da poco, e nelle quali è meno probabile che qualcuno venga a romperti le palle perché gli hai occupato il posto.
Tanto una volta entrato al cinema il biglietto non lo controllano più.
Sì, perfetto. Mi piace.
Le prime due sale, scartate. Film già al secondo tempo.
La terza sembra interessante, poi si rivela essere una ciofeca: intervallo in corso.
La quarta sembra essere quella buona.
È vuota. Le luci si sono appena spente. I drappi del sipario rivelano, ondeggiando quasi impercettibilmente, di essere stati aperti da poco. Qualche secondo di buio, poi ecco che attaccano i titoli di testa.
Vai, siediti.
Ultima fila. Centralissimo. Il migliore.

Non fa quasi in tempo a rivolgere lo sguardo verso lo schermo, che i titoli di testa spariscono. Niente titolo, niente regista. Poco male, finalmente sono solo.
Un flash di luce intensa, poi appare un’immagine sfocata.
«Proiezionista!» L’urlo riecheggia nella sala.
Poco a poco l’inquadratura si fa più nitida. È un occhio, azzurro, un po’ arrossato. Stanco. Guarda dritto verso di lui.
Deve essere un’inquadratura ad effetto, come i titoli di Vertigo. Ah, il Maestro Hitchcock e le sue trovate.
La camera non accenna a muoversi. L’occhio è lì. La pupilla si muove a destra e a sinistra in cerca di qualcosa da vedere.
Lui non se ne lamenta, anzi. È come ipnotizzato. Le labbra strette, solo un rivolo di saliva ai lati della bocca. Le pupille dilatate. Le mani che stringono le estremità dei braccioli. Non ha mai visto un simile spettacolo.
È ciò che ha sempre sognato, che ha inseguito disperatamente per anni.
Niente spettatori attempati. Niente critici improvvisati. Niente coppiette in cerca di un angolo buio.
Una proiezione per lui.
Solo lui e sé stesso.

Il suo occhio, dallo schermo, continuò a fissarlo per ore.
Non appena le pupille si serrarono, il sipario nascose lo schermo.
Dalle porte della sala sbucarono due maschere. Camice bianco, lungo fino ai piedi. Cuffietta candida. Mascherina a protezione di naso e bocca. Barella al seguito.
Scossero qualche volta lo spettatore rimasto al suo posto. Ultima fila, posto centrale. Nessuna risposta, solo un paio di occhi estasiati e ricchi di immagini sconosciute.
«Mettigli la camicia di forza. Non vorrai mica che succeda come l’altra volta…»
«Sì, hai ragione.»
«So che sei qui da poco, ma tienilo sempre a mente: non c’è nulla di più pericoloso di qualcuno che è appena riuscito a guardarsi nel profondo. E non parlo delle convinzioni che ognuno ha di sé, ma di ciò che davvero risiede nel subconscio.»
«Ok, boss.»
«Bravo, ragazzo. Dai, portiamolo al mezzo così ti offro una sigaretta. Dopo sei di questi palloni gonfiati, possiamo ritenere chiusa la giornata.»
I due uscirono dalla sala. Cigolio di ruote mal oliate.
Una volta chiuse le porte, dentro rimase solo un respiro costante. Vivo.
Il proiezionista ripose nell’armadio la pellicola. Preparò quelle per il giorno dopo.
Nomi e cognomi. Avrebbe potuto andare a prenderli a casa e risparmiargli ore di attesa. Certo, un bel pensiero, ma non è così che funziona la magia del cinema.

 

E.

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