104. Gli ultimi, i primi

Per una lettura ottimale, si ascolti il brano musicale.

 

 

104-ultimi-primi
Gli ultimi, i primi, Emanuele Secco, 2016

 

«Dai, amore, scavalchiamo.»
Lei sorride.
Uno di loro si gira e, con sorrisetto ebete, mi dice: «Eh, guardi che poi mi tocca farle la multa.»
Sorrido anch’io. Gli concedo questo piacere. Non voglio rovinargli lo status. E forse, anche se lo insultassi, mi rinfaccerebbe il fatto più importante (per lui): che si trova dalla parte giusta della ringhiera.
Lascio stare. Continuo il cammino.
Il corridoio è lungo tutta via della Conciliazione. Pellegrini moderni divisi in piccoli gruppi. Alla testa di ognuno un povero cristo sorregge una croce. E camminano verso la Basilica, scandendo i passi a suon di rosario.

Arrivati alla piazza non fanno i controlli come tutti noi. No, li hanno già fatti al prima di cominciare tutta la messinscena. C’è un gazebo, più in fondo, in cui si passano gli zaini per un rapido scan, si consegnano croci di compensato. Volontari in giallo che ti indicano la via. Offerte, libere o stabilite.
Io non dico nulla. Sto in coda, in attesa del metal detector sotto il colonnato.
Riesco a sentire i loro sguardi compiaciuti. Loro sì che sono organizzati. Loro sì che contribuiscono al perfetto funzionamento del Giubileo.
Lascio stare. Mi mordo la lingua.
Non ne vale la pena. Anche perché ora tocca a me scoprire quanto metallo ho addosso.

Dopotutto la fila è scorsa veloce.
Borsello, felpa, giacca, accendino, smartphone. Sì, ho preso tutto. Si può procedere.
Qualche attimo di contemplazione per il colonnato, la piazza, la Basilica.
Tiro sempre la stessa conclusione: la prospettiva e l’architettura sono il vero potere. Riescono a mettere in soggezione persino il più convinto degli atei. Ti senti piccolo, sperduto, in cerca di una guida.
L’effetto di troppa bellezza.

Stiamo per entrare, quando convinco la mia ragazza a passare sotto la porta santa. So che ci tiene, e anch’io voglio fare una prova: Vediamo se San Pietro riesce a reggere il mio passaggio.
Ci facciamo largo tra i turisti. Ancora pochi passi alla fila dedicata.
Un’omino in giallo ci blocca il passaggio. “Volontario”. Dice di aspettare, di avere pazienza.
Intanto, passano loro. Croce in testa. Foglietto di preghiera in una mano. I veri pellegrini.
Se non crolla tutto quando passano ‘sti qua, digrigno i denti, divento una bestia.
Lei intuisci i miei pensieri. Mi stringe un braccio. «Stai calmo, amore.»
Liberato il passaggio, siamo autorizzati a passare per la porta santa.

Un passo. Pesante. Sospiro di sollievo. È ancora tutto in piedi. Può voler dire solo due cose: o non sono poi così male o quelle che raccontano da millenni sono solo un mucchio di fregnacce.
A mio modo di vedere è più probabile la seconda, tuttavia decido di fare il bravo. Vada per la prima.
Mi tocca ricredermi quasi subito.
L’intera Basilica è divisa su due livelli: uno più basico, per i semplici turisti; l’altro è a uso e consumo dei veri pellegrini. I redenti, o millantanti tali, hanno persino un corridoio dedicato che li porta proprio sotto il baldacchino di Bernini.
Provo a forzare i blocchi. Mi sento rispondere: «Only for mass, only for mass!»
In un quarto d’ora il giro della Basilica è bello che fatto. Mai successo.
Sangue amaro. Non riesco a tacere.
Impreco, a voce alta. Bestemmio. Tanto, ormai, la lavagna è stata ripulita.

I fondamenti del credo crollano innanzi all’uomo.
Muta il concetto stesso di pellegrino. In passato era colui che, carico di pazienza e coraggio, affrontava un duro cammino pieno di avversità al solo scopo di mettere alla prova la propria fede.
Oggi ho visto solo dei poveri paraculi. Pecore così ansiose di essere prime da arrivare a prenotare e, in qualche caso, pagare una corsia preferenziale. Voglia di facilità. Vanesi nell’incedere.
Per non dire niente su chi ha concesso tutto ciò. Il peggio del peggio.
Volete mettere alla prova la vostra fede? Prego, fate la fila come me.

«Molti dei primi saranno gli ultimi e molti degli ultimi saranno i primi.»

(Mt. 19, 30)

Vi sentite ancora dei veri pellegrini?

 

E.

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